I punti che contano davvero prima di far volare un drone in Open
- La categoria open copre i voli a rischio basso e non richiede un’autorizzazione operativa preventiva.
- Le tre sottocategorie sono A1, A2 e A3: cambiano soprattutto distanza dalle persone e tipo di drone ammesso.
- In Italia servono quasi sempre registrazione dell’operatore, attestato del pilota, assicurazione e verifica delle zone geografiche.
- Il limite operativo più importante resta 120 metri di altezza e il volo a vista, cioè VLOS.
- I droni con marchio di classe C0, C1, C2, C3 e C4 non si trattano tutti allo stesso modo: la marcatura decide molto più del solo peso.
- Se il volo richiede sorvolo di assembramenti, voli oltre VLOS o operazioni più complesse, spesso si esce dalla categoria open.

Che cosa include davvero la categoria open
Quando parlo di categoria open, penso alla parte più accessibile della normativa europea sui droni: voli ricreativi, riprese leggere, piccoli interventi di lavoro e operazioni che restano entro un livello di rischio contenuto. Il punto non è solo “volare con un drone”, ma farlo entro condizioni già previste dalla regola, senza entrare subito nel territorio delle autorizzazioni speciali.La logica è semplice: se il drone, il luogo e il tipo di volo restano nei limiti stabiliti, non serve una procedura operativa complessa. Appena il profilo del volo diventa più impegnativo, però, la categoria open non basta più e bisogna cambiare quadro normativo. Io la leggo come una corsia preferenziale, non come un lasciapassare generico.
In pratica, la categoria open è pensata per i voli in cui il rischio verso le persone e verso lo spazio aereo resta basso. Per questo il regolatore europeo la ha resa la base di riferimento per la maggior parte degli utilizzi amatoriali e per molte attività leggere. Il passaggio successivo, per capire se puoi davvero stare dentro questo perimetro, è distinguere bene le tre sottocategorie. Ed è qui che spesso nasce la confusione.
Come leggere A1, A2 e A3 senza confonderle
Io parto sempre da una domanda molto concreta: quanto vicino vuoi stare alle persone e in che ambiente vuoi volare? A1, A2 e A3 non sono tre etichette decorative, ma tre modi diversi di ammettere il rischio. Se le leggi bene, capisci subito quale drone e quale spazio operativo ti convengono davvero.
| Sottocategoria | Cosa consente | Drone tipico | Formazione richiesta |
|---|---|---|---|
| A1 | Volo sopra persone non coinvolte, ma non sopra assembramenti; massima prudenza nelle riprese ravvicinate | C0 e C1; anche droni antecedenti al 2024 entro i limiti transitori | Per i modelli più leggeri può bastare la lettura del manuale; per C1 serve la prova online A1/A3 |
| A2 | Volo vicino alle persone non coinvolte con distanza di sicurezza | C2 | Attestato A1/A3, addestramento pratico autogestito e prova teorica aggiuntiva |
| A3 | Volo lontano da persone e aree urbane | C3, C4 e alcuni droni precedenti al 2024 entro i limiti previsti | Prova online A1/A3 |
Il punto davvero utile, per me, è questo: A1 è la più elastica, A2 è la più interessante quando devi lavorare con più precisione vicino a persone, A3 è quella più prudente e più facile da gestire nei grandi spazi aperti. Con un drone C2 puoi stare più vicino alle persone, ma paghi questa libertà con requisiti più severi. Con un C0 o un C1 sei più semplice da gestire, ma non hai la stessa libertà operativa di un C2 ben usato.
Un dettaglio che conta molto nel 2026 è la marcatura di classe. La class mark, cioè l’etichetta C0-C4, dice in quale sottocategoria puoi operare e con quali limiti. I droni immessi sul mercato prima del 1° gennaio 2024 restano validi dentro i limiti transitori, ma non sono equivalenti ai modelli con marcatura nuova. Per chi compra oggi, questa differenza pesa più del nome commerciale. La distinzione pratica tra le sottocategorie porta direttamente ai requisiti da rispettare in Italia.
I requisiti che in Italia controllo prima di decollare
Se dovessi ridurre tutto all’essenziale, direi che in Italia io controllo sempre quattro cose: registrazione, attestato, assicurazione e zona di volo. ENAC lo sintetizza in modo chiaro, e nella pratica non c’è molto da negoziare. Se salti uno di questi passaggi, il problema non è solo burocratico: stai alzando il rischio di sanzioni o di un volo non conforme.
- Registrazione dell’operatore sul portale dedicato, con apposizione del codice identificativo sul drone.
- Attestato del pilota per le operazioni che lo richiedono, soprattutto sopra i 250 g e nelle sottocategorie che prevedono formazione specifica.
- Assicurazione RC adeguata al tipo di operazioni svolte.
- Verifica delle zone geografiche consentite o vietate prima di ogni volo.
Un altro aspetto che considero centrale è la validità dell’attestato: la prova di completamento della formazione online vale 5 anni. Per l’A1/A3, il test online prevede 40 domande a risposta multipla; per l’A2 c’è un passaggio ulteriore, con formazione pratica autogestita e una prova teorica aggiuntiva. In altre parole, l’Open è semplice solo se la preparazione non viene improvvisata. E proprio quando tutto sembra in ordine, entrano in gioco le limitazioni operative, che sono il vero banco di prova.
Le limitazioni che fanno uscire dall’Open
La limitazione più facile da ricordare è anche la più importante: non si vola oltre i 120 metri dal suolo o dal punto più vicino della superficie terrestre. A questa si aggiunge il vincolo del VLOS, cioè il volo a vista. VLOS significa che devo mantenere il drone sempre osservabile con la vista, senza affidarmi solo a strumenti o a un flusso video per sapere dove si trova davvero.
Ci sono poi le distanze dalle persone, che cambiano molto tra le sottocategorie. In A2 la distanza minima dalle persone non coinvolte segue di regola il rapporto 1:1 con l’altezza di volo, ma non può scendere sotto i 30 metri; con la modalità low speed attivata e una velocità di 3 m/s, può ridursi a 5 metri. In A3 la distanza minima si allarga: 150 metri dalle persone non coinvolte e dalle aree residenziali, commerciali, industriali o ricreative.
Questa è la parte che porta più facilmente fuori strada i principianti:
- volo sopra assembramenti di persone;
- volo oltre la linea di vista;
- superamento dei 120 metri;
- operazioni in zone geografiche vietate o limitate;
- attività come rilascio di oggetti, spargimento di materiali o scenari troppo dinamici per l’Open.
Come scelgo un drone per restare nel perimetro giusto
Quando aiuto qualcuno a scegliere un drone per l’uso quotidiano, io guardo prima l’uso reale e solo dopo il marketing. Un drone leggero non è automaticamente migliore; un drone più pesante non è automaticamente più complicato. Quello che conta è quanto facilmente riesci a restare nei limiti operativi senza combattere contro la macchina.
Se cerchi semplicità, io tendo a preferire C0 o C1: sono le scelte più naturali per chi vuole fare pratica, viaggiare leggero o riprendere senza entrare subito in una burocrazia più pesante. Un C1 sotto i 900 g può essere molto interessante perché combina una buona qualità d’immagine con una gestione ancora relativamente accessibile. Se invece vuoi avvicinarti di più alle persone e lavorare con maggiore precisione, il C2 diventa appetibile, ma solo se accetti il salto di requisito verso l’A2.
Per i droni più datati, il discorso è diverso. I modelli messi in commercio prima del 1° gennaio 2024 possono ancora essere usati entro i limiti transitori, ma io li considero una soluzione da valutare con attenzione, non la scelta più comoda a lungo termine. Manca spesso la chiarezza della marcatura di classe, e questo complica la lettura immediata della conformità. Se compri oggi, io punterei a un modello con marcatura chiara, perché ti evita dubbi ogni volta che prepari un volo.
Due funzioni aiutano molto, ma non sostituiscono mai le regole:
- Return to home, utile come recupero di sicurezza se perdi orientamento o segnale;
- low speed mode, utile in A2 quando la distanza minima può ridursi a 5 metri.
Le funzioni automatiche sono utili, ma non ti salvano se scegli male il contesto operativo. Io le vedo come un supporto, non come un permesso in più. E proprio per evitare errori di lettura, prima di ogni volo mi affido a una checklist semplice ma severa.
Il margine di sicurezza che conviene tenere anche quando tutto è consentito
Anche dentro la categoria open, io non volo mai “al limite” solo perché la regola lo permette. La differenza tra un volo legale e un volo ben gestito è spesso una distanza in più, un controllo in più, una rinuncia fatta al momento giusto. In pratica, la sicurezza reale comincia un po’ prima della conformità minima.
La mia checklist operativa è molto concreta:
- Controllo la zona geografiche sul portale dedicato e verifico se ci sono restrizioni locali.
- Guardo meteo e vento, perché un drone piccolo cambia comportamento molto più di quanto si pensi.
- Verifico batteria, eliche, firmware e stato del GPS.
- Definisco in anticipo quota, raggio e punto di rientro.
- Evito di improvvisare vicino a persone, veicoli o ostacoli non previsti.
Questo approccio è utile anche quando il volo sembra banale. Il problema vero non è quasi mai la norma scritta, ma il contesto: una piazza più piena del previsto, una raffica improvvisa, un’area che sul campo è diversa da come appariva sulla mappa. Io preferisco rinunciare a una ripresa che forzare la mano e dover poi spiegare perché quel volo non era davvero coerente con l’Open.
Se devo lasciare un criterio pratico, è questo: la categoria open ti dà spazio, ma non ti chiede di usarlo tutto. Quando mantieni un margine di sicurezza reale, voli meglio, impari più in fretta e riduci di molto il rischio di trasformare un’uscita semplice in un caso da categoria specifica.
Per chi vuole usare il drone con continuità, il vero obiettivo non è stare appena dentro i limiti, ma capire quali condizioni rendono il volo sereno, pulito e ripetibile. È lì che la categoria open diventa davvero utile: non come scorciatoia, ma come base solida per volare bene senza complicarsi la vita.