La questione dell’altezza massima drone in Italia sembra semplice, ma in pratica dipende da tre cose che molti sottovalutano: il tipo di operazione, il profilo del terreno e le zone geografiche attraversate. Il numero di riferimento esiste ed è chiaro, ma non basta da solo a dirti se un volo è davvero consentito. Qui metto ordine tra regola generale, eccezioni e controlli pratici, così da capire subito cosa fare prima di decollare.
Le regole pratiche da tenere a mente prima del decollo
- In categoria open il riferimento standard è 120 metri dal punto più vicino della superficie terrestre.
- Su colline, crinali e valli non si conta “a occhio”: il terreno può cambiare il margine reale di volo.
- Vicino ad aeroporti, eliporti o aree sensibili il tetto può scendere molto sotto i 120 metri, oppure il volo può essere vietato.
- Oltre i 120 metri, di norma, non sei più nel volo ricreativo semplice: entri in un quadro autorizzativo più rigoroso.
- Prima di far salire il drone, io controllo sempre mappa, quota del terreno e limiti impostati nel software di volo.
Il limite generale da tenere in testa
Se devo ridurre tutto a una sola regola, me la tengo così: in Italia il limite standard per volare con un drone nella categoria aperta è 120 metri. Non è una quota “consigliata”, è il tetto da rispettare. Per molti droni consumer il firmware imposta già questo limite, ma la presenza del blocco tecnico non sostituisce la verifica normativa.
Il punto importante è che quei 120 metri non si leggono come quota assoluta nel cielo, bensì come distanza dal suolo o dal punto più vicino della superficie terrestre. È una differenza che sembra sottile finché non si vola su una collina, in una valle o lungo un pendio. Io parto sempre da qui, perché è il modo più rapido per evitare errori banali ma costosi.
In pratica, se stai facendo riprese, un volo di svago o un piccolo sopralluogo visivo, il riferimento resta questo. Se però il profilo del terreno o la zona di volo cambiano, cambia anche il margine reale che hai a disposizione. Ed è proprio lì che cominciano le complicazioni utili da conoscere.
Il passaggio successivo è infatti capire come si misura davvero l’altezza, perché il numero resta uguale solo sulla carta.
Come si misura la quota giusta
Quando si parla di drone, la misura corretta è quella rispetto al terreno più vicino, non rispetto al livello del mare e nemmeno rispetto al punto in cui sei partito con il radiocomando. In gergo si usa spesso AGL, cioè Above Ground Level. Tradotto in modo semplice: la distanza va letta rispetto al terreno sotto il drone o al punto del terreno più vicino.
Questo cambia parecchio nei contesti reali. Su un campo pianeggiante il problema è minimo: 120 metri sono 120 metri. Su un versante invece no. Se il drone passa vicino alla parete di una collina, può essere tecnicamente entro il limite rispetto al pendio ma molto più alto rispetto al fondo valle. È una delle trappole più comuni per chi guarda solo il display del radiocomando.
Io faccio sempre questo ragionamento prima di un volo:
- Se il terreno è piatto, il limite è intuitivo.
- Se il terreno sale o scende, devo ragionare sul punto più vicino della superficie.
- Se ci sono ostacoli artificiali alti, devo verificare se esistono eccezioni specifiche.
In altre parole, non basta sapere che il drone “sale a 120”. Bisogna sapere da quale riferimento quei 120 metri vengono contati. Ed è qui che entra in gioco la mappa, perché non tutto il territorio italiano offre le stesse condizioni di volo.

Perché la mappa può abbassare il tetto
Il limite di 120 metri vale come regola generale, ma in Italia le zone geografiche UAS possono abbassare quel tetto, o perfino bloccare il volo. Per questo, prima di partire, io controllo sempre le mappe di d-flight: è lì che si vede se l’area è libera, limitata o incompatibile con l’operazione prevista.
ENAC segnala che in alcune zone vicine a infrastrutture aeronautiche o ad aree tutelate il limite non è unico. Può iniziare da 0 metri, 25 metri, 45 metri o 60 metri, a seconda del settore. In alcuni casi non c’è una semplice quota massima: c’è proprio un divieto o la necessità di un’autorizzazione specifica.
| Situazione | Quota o vincolo tipico | Effetto pratico |
|---|---|---|
| Area aperta fuori da restrizioni | 120 m dal punto più vicino della superficie | È il riferimento standard della categoria aperta |
| Vicinanze di aeroporti o eliporti | Può scendere a 0, 25, 45 o 60 m, oppure essere vietata | Conta la geozona, non solo il drone |
| Aree protette o sensibili | Dipende dal settore e dall’eventuale autorizzazione | Serve verifica prima del decollo |
| Operazioni oltre il limite standard | Oltre 120 m | Si entra nella categoria specifica |
Il punto che spesso sfugge è questo: la mappa non serve solo a dirti dove non puoi andare, ma anche quanto devi stare basso per restare legale. In certi contesti il volo non è “libero ma con attenzione”; è proprio più basso di quanto il pilota si aspetti. Da qui il salto verso le eccezioni, che hanno senso solo in casi ben precisi.
Quando si può andare oltre i 120 metri
Superare i 120 metri non è una modifica banale del limite nel menu del radiocomando. Di norma significa uscire dalla categoria aperta e passare alla categoria specifica, dove servono valutazione del rischio, procedure più strette e, in molti casi, un’autorizzazione. È un cambio di livello, non un piccolo aggiustamento operativo.Nel 2026 c’è anche un dettaglio importante da non ignorare: gli scenari standard nazionali IT-STS01 e IT-STS02 non sono più la scorciatoia valida per operare come prima, perché la loro validità è terminata a fine 2025. Se stai programmando missioni che prima si appoggiavano a quei modelli, devi verificare l’inquadramento aggiornato prima di pianificare il volo.
Esiste poi una deroga molto specifica: quando voli in prossimità di un ostacolo artificiale più alto di 105 metri, e ti trovi entro 50 metri in orizzontale da quell’ostacolo, l’altezza massima può essere aumentata fino a 15 metri sopra la cima dell’ostacolo, ma solo su richiesta del responsabile di quell’opera. Parlo di casi come torri, edifici alti o infrastrutture da ispezionare, non di un permesso generico a “salire un po’ di più”.
In pratica, se il tuo obiettivo è fare riprese spettacolari o guadagnare quota per “vedere meglio”, la risposta normativa non cambia: oltre il limite standard servono basi operative diverse. E qui gli errori più comuni diventano molto più interessanti delle regole scritte.
Gli errori che vedo più spesso e la verifica finale
Il primo errore è confondere la quota massima con la quota di decollo. Se parti da un punto alto, non sei autorizzato a sommare semplicemente 120 metri al punto di partenza. Il secondo errore è ignorare il terreno: in collina la lettura “a vista” inganna più spesso di quanto si pensi.
Il terzo errore è fidarsi solo dell’app o del limite impostato nel drone. Il software aiuta, ma non sostituisce la verifica delle geozone. Il quarto è credere che in campagna tutto sia automaticamente libero: non è così. Le limitazioni possono dipendere da aeroporti, aree protette, infrastrutture o da restrizioni temporanee pubblicate sul territorio. Prima di ogni volo, io mi imposto una checklist essenziale:- Controllo la zona su d-flight e verifico se ci sono limiti più bassi dei 120 metri.
- Guardo il profilo del terreno, soprattutto se sono in collina, su costa o in valle.
- Imposto un tetto prudente nel software del drone, se il modello lo consente.
- Verifico che il volo resti in vista e che non ci siano persone o assembramenti da evitare.
- Se la missione rischia di andare oltre i 120 metri, la tratto subito come operazione da ripianificare.
Questa verifica finale sembra scontata, ma è quella che fa davvero la differenza tra un volo pulito e un problema evitabile. La regola, in fondo, non è complicata: quello che la complica è quasi sempre il contesto.
Il numero da ricordare prima di far decollare il drone
Se devo lasciare un solo riferimento pratico, è questo: 120 metri sono il tetto standard da cui partire, non la quota da cercare per forza. In Italia quel numero vale solo se la zona lo permette, il terreno non introduce ambiguità e il tipo di operazione resta dentro la categoria giusta.
La mia regola operativa è molto semplice: se ho anche solo un dubbio sul profilo del terreno o sulla zona geografica, abbasso il margine e ricontrollo. Con i droni, la differenza tra “si può” e “non si può” spesso non la fa il modello del mezzo, ma il posto esatto in cui decido di volare.
Per un uso ricreativo o leggero, questa prudenza è quasi sempre sufficiente a evitare errori. Per lavori più complessi, invece, conviene passare subito dalla logica del volo libero alla logica della missione pianificata: è più lenta, ma è anche l’unica che regge quando il limite di quota smette di essere un numero semplice.